Quando il desiderio di vivere meglio incontra un’idea radicale
Da un po’ di tempo sentiamo parlare di quest’uomo, Bryan Johnson, etichettato nei modi più disparati, che sta portando avanti un esperimento incredibile su sé stesso. Ha messo a punto un protocollo basato su evidenze scientifiche con l’obiettivo di ringiovanire il più possibile e lo segue in maniera estremamente rigorosa, mentre il mondo osserva con curiosità — e spesso con scetticismo — i risultati del suo percorso.
Si tratta di qualcosa di unico nel suo genere. Gli studi sulla longevità esistono da tempo, ma raramente vengono applicati in modo così diretto e sistematico sull’essere umano, anche perché è necessario mantenere un alto livello di sicurezza quando si lavora sul corpo umano. In questo caso, invece, è lui stesso a scegliere di investire risorse economiche, tempo ed energia per testare pratiche, sostanze e tecnologie su di sé.
Una sola persona non fa statistica, è vero. Ma può comunque offrire spunti di riflessione, aprire nuove domande, stimolare nuovi modi di pensare la salute e il benessere.
Neanche a dirlo, questo fenomeno ha esercitato su di me un certo fascino. Non tanto per l’estremità delle sue scelte, quanto per ciò che tocca nel profondo: il desiderio, che credo condividiamo in molti, di vivere nel miglior stato di salute e benessere possibile. Da tempo raccolgo informazioni sul suo percorso e oggi sento di voler condividere alcune riflessioni.
Vivere come se non dovessimo morire
Per comprendere davvero il senso del suo approccio, credo sia utile partire dal suo pensiero di base.
L’essere umano sa che deve morire. È una consapevolezza inevitabile, che accompagna ogni scelta, anche quando non ce ne rendiamo conto. Questa certezza, in qualche modo, influenza il modo in cui ci prendiamo cura di noi stessi. Anche nelle situazioni migliori, anche nelle persone più attente ed equilibrate, esiste sempre una piccola concessione mentale che suona più o meno così: “che problema c’è, tanto prima o poi morirò comunque”.
Secondo Bryan Johnson, è proprio questo pensiero a condizionare molte delle nostre abitudini. Se invece riuscissimo a vivere come se non dovessimo morire, allora ogni piccolo gesto che danneggia anche minimamente la nostra salute assumerebbe un peso completamente diverso.
Da qui nasce il suo slogan, “Don’t Die”. Non perché creda realmente di poter vivere per sempre, ma perché questo pensiero, ripetuto e interiorizzato, diventa una leva motivazionale potentissima. È come se la mente, privata dell’idea della fine, iniziasse automaticamente a orientarsi verso tutto ciò che favorisce la vita.
Questo cambio di prospettiva è, a mio avviso, uno degli aspetti più interessanti del suo approccio.
Il rapporto con la mente e il bisogno di un sistema
Un altro punto centrale del suo pensiero riguarda il rapporto con la mente.
Bryan Johnson sostiene di non potersi affidare completamente alla propria mente, perché questa è inevitabilmente influenzata da fattori come l’emotività, l’impulsività e i bias cognitivi. Nel suo passato, racconta di aver vissuto una profonda depressione, accompagnata da pensieri suicidari persistenti, difficili da controllare anche con il supporto farmacologico.
Questa esperienza lo ha portato a mettere in discussione la fiducia cieca nelle proprie decisioni spontanee.
Da qui nasce l’idea di creare un sistema esterno, oggettivo, capace di guidare le sue scelte quotidiane in funzione della salute e della longevità. Ha quindi misurato in modo dettagliato i parametri dei suoi organi, ha analizzato la letteratura scientifica disponibile e, attraverso un algoritmo, ha costruito un protocollo che suggerisce costantemente le azioni più favorevoli per mantenere e migliorare lo stato dell’organismo.
In questo modo, le decisioni non vengono più filtrate dalla mente nel senso tradizionale, ma derivano da dati e indicazioni precise. È come se ogni organo, ogni cellula del suo corpo, potesse esprimere i propri bisogni in tempo reale, e l’algoritmo li traducesse in azioni concrete.
Questo approccio elimina, almeno in parte, le deviazioni legate alla noia, all’insoddisfazione o al bisogno emotivo. E soprattutto, aggira quel pensiero ricorrente che spesso ci giustifica: “tanto non cambia nulla”.
Le basi della longevità: abitudini semplici ma fondamentali
Il protocollo che Bryan Johnson segue è estremamente rigido e, per molti versi, difficile da replicare nella vita quotidiana. Richiede una disciplina costante, numerosi test e analisi, e l’accesso a tecnologie avanzate.
Eppure, ciò che trovo davvero interessante è che, al di là degli aspetti più estremi e costosi, lui stesso insiste molto su tre pilastri fondamentali, accessibili a tutti: alimentazione, attività fisica e sonno.
Questo punto per me è centrale, perché spesso si è portati a pensare che il benessere e la longevità dipendano da soluzioni complesse o da interventi straordinari, quando in realtà le basi rimangono sorprendentemente semplici. Non esiste una pillola magica capace di compensare abitudini scorrette. Non esiste una tecnologia che possa sostituire completamente uno stile di vita equilibrato.
Lavorare su questi tre elementi — nutrirsi in modo adeguato, muoversi con regolarità e dormire bene — può davvero trasformare la qualità della vita, influenzando non solo la salute fisica, ma anche quella mentale ed emotiva.
È un messaggio che ritorna spesso, quasi come una “solfa”, ma che proprio per questo non smette di essere vero.
Il prezzo del cambiamento e la percezione della felicità
Uno degli aspetti più discussi del percorso di Bryan Johnson riguarda il prezzo che paga per seguire questo stile di vita.
Molti lo criticano, sottolineando le rinunce che comporta un protocollo così rigido. E in effetti è evidente che un approccio di questo tipo richiede sacrifici, disciplina e una forte capacità di mantenere la rotta nel tempo.
Eppure, ciò che colpisce è la sua percezione soggettiva.
Lui afferma di non essere mai stato così bene. Si descrive come più lucido, più energico, più stabile emotivamente. Parla di una coscienza più espansa, di una maggiore sensazione di controllo e di una profonda coerenza con sé stesso.
Non è tanto la promessa di vivere più a lungo a motivarlo, quanto la qualità della vita che sperimenta nel presente. È questa sensazione di prosperità, come la definisce lui, a dargli la forza di continuare.
Questo apre una riflessione importante: il benessere non è solo una questione di durata della vita, ma anche — e forse soprattutto — di qualità dell’esperienza quotidiana.
Longevità, tecnologia e il ruolo dell’intelligenza artificiale
Un ultimo aspetto del suo pensiero riguarda il rapporto con l’intelligenza artificiale.
Bryan Johnson sostiene che, così come dovremmo orientare le nostre scelte personali verso la sopravvivenza e il benessere, allo stesso modo dovremmo impostare le priorità dell’AI. L’obiettivo dovrebbe essere quello di preservare la vita umana e quella del pianeta, superando la visione centrata sulla fine e sulla morte.
Secondo questa prospettiva, la collaborazione tra essere umano e intelligenza artificiale diventa fondamentale. Se davvero stiamo creando sistemi sempre più avanzati, potenzialmente superiori alle nostre capacità cognitive, allora la coesistenza dipenderà dalla capacità di allineare gli obiettivi.
Anche qui ritorna il concetto chiave: orientarsi verso la vita, verso la continuità, verso la possibilità di evolvere.
Cosa possiamo davvero portare nella nostra vita
Bryan Johnson è sicuramente una figura fuori dagli schemi, con una mente che potremmo definire divergente. Il suo percorso è estremo, per certi aspetti lontano dalla quotidianità della maggior parte delle persone.
Eppure, al di là delle pratiche più radicali, ciò che sento di voler portare con me è un concetto semplice ma potente: vivere come se non dovessi morire.
Non nel senso letterale, ma come atteggiamento mentale. Come invito a dare valore a ogni scelta, anche alla più piccola. Come spinta a non sottovalutare l’impatto che le abitudini quotidiane hanno sulla nostra salute e sul nostro benessere.
Forse non abbiamo bisogno di algoritmi complessi o protocolli estremi per migliorare la nostra vita. Forse possiamo iniziare semplicemente da una maggiore consapevolezza, da un ascolto più attento del nostro corpo, da un rispetto più profondo per ciò che ci mantiene in equilibrio.
E in questo, anche un esperimento così fuori dal comune può offrirci uno spunto prezioso.


